Al Fingers fanno una cucina fusion-giapponese.
Uno dei proprietari è Clarence Seedorf, il giocatore del Milan.
Mai capito cosa porta i calciatori a voler “diversificare” nei ristoranti.
E soprattutto cosa li spinge ad investire in una attività complicata e dove le mode cambiano velocemente, lasciando spesso gli investitori con un pugno di mosche.
Il posto è carino e ben illuminato, anche se abbastanza sconclusionato nell’arredamento.
Lo chef sembra essere un brasiliano di etnia giapponese, che sa ben miscelare i piatti tipici della cucina del sol levante con gli influssi latino americani.
Il posto è sempre pieno ed occorre prenotare con qualche giorno di anticipo se non si vuole rischiare di rimbalzare.
La specialità della casa sono però i dolci, o meglio colei che li propone.
Dopo il sushi, il sashimi e una serie di prelibatezze esotiche arriva lei con un vassoio che appoggia sul tavolo e che contiene un “campione” di tutte le proposte dello chef.
Non sono foto e neppure i modellini plasticosi tipici di molti ristoranti giapponesi.
Sono proprio loro, “the real thing”.
E lei, non so come si chiama ma se dovessi indovinare direi Amanda, è veramente il pezzo forte.
Mulatta, sui 25 anni, denti bianchissimi con gli incisivi separati da un intrigante diastema.
Come si può intuire Amanda non è precisamente un’indossatrice anoressica, direi piuttosto una florida futura “mamie” che potrebbe essere spuntata da un film come Via col vento.
Appare subito lampante come la sua per i dolci sia più che una passione.
Mentre li elenca i suoi occhi li guardano uno per uno, come se fossero le sue creature.
C’è un attaccamento quasi peccaminoso nel modo in cui accarezza i piattini con le mani, nel modo in cui si inumidisce le labbra pronunciando la parola "fondente".
Il suo è puro desiderio.
E lo ostenta senza il minimo rimorso.
Di qualcosa nella vita si dovrà pur morire....
martedì 18 novembre 2008
martedì 11 novembre 2008
Quasi
Bum bum
La testa bassa, incassata tra le spalle, guardo l’asfalto scorrere tra le mie gambe.
Sento il cuore in gola.
Bum bum
Un’occhiata all’orologio per vedere a quanto pulsa, lo so già che sono al limite e di più non dovrei spingere.
Centosettantasei
Ma ho davanti un’omino che pedala come un ossesso, in piedi sui pedali.
Mi ha passato come se nulla fosse, sembrava un treno.
Di lasciarlo andare non se ne parla proprio.
Tanto più che gli sto succhiando la ruota, che è lui che mi apre l’aria e per me stargli dietro dovrebbe essere una passeggiata di salute.
Trentotto.
Quaranta.
Cazzo come fa a fare i quaranta, vede la mia ombra che lo insegue sull’asfalto e mi vuole dar la paga.
Il bastardo.
Bum bum
Centottantatre.
Quaranta all’ora, va come un Ciao.
Mister Ciao, fra un po’ mi sa che sarò io a dirti ciao.
Cambia rapporto, allunga, io stringo i denti e gli sto dietro.
Lui sempre in piedi sui pedali, sembra una macchina.
Una raffica di vento mi sposta leggermente.
L’aria sa di erba appena tagliata.
In mezzo c’è il naviglio che scorre pigro e le macchine dall’altro lato sembrano del tutto silenziose.
Sento solo il mio cuore.
Bum bum.
Resisti cazzo, non mollare.
Almeno fino alla cascina delle mucche.
Se arrivi fino a li tutto si risolve, tutto passa, tutto ritorna ad essere come era prima.
Bum bum.
Beep.
L’orologio ha fatto beep, ho superato la soglia di sicurezza.
Fermati scemo non hai più vent’anni.
‘Ste cose falle fare ai coglioni che non sanno cos’è un infarto, non sanno come capita, non conoscono i danni irreparabili e la mezza vita che si è costretti poi a far scorrere.
Beep
Centottantasette
Lo sapevo, se fa beep è oltre i 185.
Mi bruciano le gambe, mi pulsano le tempie e alzo la testa un’ultima volta, per vederlo sempre in piedi sui pedali.
E’ orribile, tutto gambe e niente busto, lo odio per come mi sta stracciando.
Sarà venti centimetri più basso, arriva a stento agli uno e settanta, peserà venti chili di meno.
Beep.
E’ per quello che mi va via e poi lui non ha che la bici, lui non è come me.
Basta non ce la faccio più.
Io mollo, ma solo perché non sono come lui, io mollo perché sono meglio di lui.
Un metro due metri tre.
Il cono d’aria rarefatta nel quale lo seguivo diventa turbolenza.
Da tre a venti ci mette un momento e poi è finita.
Sbuffo e rallento.
Non so perché debba essere così importante
E’ forse perché in questo periodo girano tutte storte.
Uno si attacca alle cazzate.
Qualsiasi piccolo episodio diventa un segno di svolta.
Se ce la faccio da oggi in poi cambia tutto.
L’orologio ha smesso di far beep
Centocinquantasette, non lo sento più battermi in gola.
Ci credo, sto andando a ventisei, tra un po’ mi supera pure un bambino in triciclo.
Mi bevo l’aria.
La caccio dentro come se potesse fare pulizia, portare via tutto lo smog che si respira a Milano. Ultimamente poi il traffico è un massacro.
Bella pensata quella dell’ecopass.
Tutto il centro senza auto inquinanti, peccato che tutto attorno ci sia un macello quadruplo.
E se tutto attorno il traffico aumenta, secondo te al centro l’aria diventa più respirabile?
Passo la cascina delle mucche.
Il loro odore mi fa tornare indietro a quattro anni, mi succede ogni volta.
La mia nonna mi prendeva per mano e mi portava nella stalla del Celso a vedere la mucca.
Mai capito se Celso fosse il suo vero nome, di Celso non ne ho mai più incontrato uno.
Era un tipo alto e sicco, che si muoveva in modo allampanato.
Aveva pure un cavallo che attaccava alla carrozza la domenica e si andava a far la passeggiata.
Poi a casa mi faceva pane e Mutella.
Mai capito perché la chiamasse così, la enne era scritta grossa sul barattolo.
Impossibile sbagliarsi.
Ma forse lo faceva apposta.
Perché gli piaceva chiamarla così.
Mai osato chiederglielo.
L’aria fresca che mi passa tra i capelli asciuga il mio sudore.
Sono quasi arrivato al punto in cui mi fermo.
Alla fine della strada, appena dopo il cimitero, dove c’è il ponte che ti porta in centro o se ci passi sotto continui sul Naviglio.
In centro si fa per dire perché al pensiero del centro di Abbiategrasso mi viene un po’ da ridere.
Abbiategrasso downtown.
Ma chi l’avrà dato un nome simile a una città?
Sembra un’ode a Mac Donald’s.
Gli abitanti me li immagino tutti ciccioni, che fanno le vasche per la via principale la domenica pomeriggio, mangiandosi giganteschi hamburghers e tutti con la faccia di Poldo Sbaffini, il mio eroe di Braccio di Ferro.
Masticando si fanno cenni di saluto, ma non si parlano, sono troppo intenti a scrofanarsi i loro concentrati di calorie.
Io mi fermo sempre li.
Sul ponte prima.
Sono diciannove chilometri e mezzo.
Il punto in cui si torna indietro.
Fermarsi un po’ prima dei venti lo trovo carino.
Sapere di tornare non potendo dire: “Anche oggi mi sono sparato quaranta chilometri in bici”.
Ho sempre avuto il gusto del quasi.
Del “quasi quaranta chilometri”.
Del “quasi riuscito”.
Del “quasi finito”
Del “quasi baciata”.
Nella rinuncia c’è molta più poesia che nell’ottenimento di quanto si desidera.
Naturalmente solo a volte.
Quando non è così importante mi capita sempre di avere questa pulsione.
Centotrenta.
Non fa più bum bum.
Ricomincio a spingere.
Cercando di diluire nello sforzo tutta l’amarezza di questi ultimi mesi.
Mi sono sempre considerato una persona fortunata.
Mi è sempre girato tutto bene.
Poi all’improvviso è arrivato il cigno nero.
Gli americani lo chiamano così, “the black swan”, l’evento che nessuno si aspetta.
La notte di San Valentino.
La testa bassa, incassata tra le spalle, guardo l’asfalto scorrere tra le mie gambe.
Sento il cuore in gola.
Bum bum
Un’occhiata all’orologio per vedere a quanto pulsa, lo so già che sono al limite e di più non dovrei spingere.
Centosettantasei
Ma ho davanti un’omino che pedala come un ossesso, in piedi sui pedali.
Mi ha passato come se nulla fosse, sembrava un treno.
Di lasciarlo andare non se ne parla proprio.
Tanto più che gli sto succhiando la ruota, che è lui che mi apre l’aria e per me stargli dietro dovrebbe essere una passeggiata di salute.
Trentotto.
Quaranta.
Cazzo come fa a fare i quaranta, vede la mia ombra che lo insegue sull’asfalto e mi vuole dar la paga.
Il bastardo.
Bum bum
Centottantatre.
Quaranta all’ora, va come un Ciao.
Mister Ciao, fra un po’ mi sa che sarò io a dirti ciao.
Cambia rapporto, allunga, io stringo i denti e gli sto dietro.
Lui sempre in piedi sui pedali, sembra una macchina.
Una raffica di vento mi sposta leggermente.
L’aria sa di erba appena tagliata.
In mezzo c’è il naviglio che scorre pigro e le macchine dall’altro lato sembrano del tutto silenziose.
Sento solo il mio cuore.
Bum bum.
Resisti cazzo, non mollare.
Almeno fino alla cascina delle mucche.
Se arrivi fino a li tutto si risolve, tutto passa, tutto ritorna ad essere come era prima.
Bum bum.
Beep.
L’orologio ha fatto beep, ho superato la soglia di sicurezza.
Fermati scemo non hai più vent’anni.
‘Ste cose falle fare ai coglioni che non sanno cos’è un infarto, non sanno come capita, non conoscono i danni irreparabili e la mezza vita che si è costretti poi a far scorrere.
Beep
Centottantasette
Lo sapevo, se fa beep è oltre i 185.
Mi bruciano le gambe, mi pulsano le tempie e alzo la testa un’ultima volta, per vederlo sempre in piedi sui pedali.
E’ orribile, tutto gambe e niente busto, lo odio per come mi sta stracciando.
Sarà venti centimetri più basso, arriva a stento agli uno e settanta, peserà venti chili di meno.
Beep.
E’ per quello che mi va via e poi lui non ha che la bici, lui non è come me.
Basta non ce la faccio più.
Io mollo, ma solo perché non sono come lui, io mollo perché sono meglio di lui.
Un metro due metri tre.
Il cono d’aria rarefatta nel quale lo seguivo diventa turbolenza.
Da tre a venti ci mette un momento e poi è finita.
Sbuffo e rallento.
Non so perché debba essere così importante
E’ forse perché in questo periodo girano tutte storte.
Uno si attacca alle cazzate.
Qualsiasi piccolo episodio diventa un segno di svolta.
Se ce la faccio da oggi in poi cambia tutto.
L’orologio ha smesso di far beep
Centocinquantasette, non lo sento più battermi in gola.
Ci credo, sto andando a ventisei, tra un po’ mi supera pure un bambino in triciclo.
Mi bevo l’aria.
La caccio dentro come se potesse fare pulizia, portare via tutto lo smog che si respira a Milano. Ultimamente poi il traffico è un massacro.
Bella pensata quella dell’ecopass.
Tutto il centro senza auto inquinanti, peccato che tutto attorno ci sia un macello quadruplo.
E se tutto attorno il traffico aumenta, secondo te al centro l’aria diventa più respirabile?
Passo la cascina delle mucche.
Il loro odore mi fa tornare indietro a quattro anni, mi succede ogni volta.
La mia nonna mi prendeva per mano e mi portava nella stalla del Celso a vedere la mucca.
Mai capito se Celso fosse il suo vero nome, di Celso non ne ho mai più incontrato uno.
Era un tipo alto e sicco, che si muoveva in modo allampanato.
Aveva pure un cavallo che attaccava alla carrozza la domenica e si andava a far la passeggiata.
Poi a casa mi faceva pane e Mutella.
Mai capito perché la chiamasse così, la enne era scritta grossa sul barattolo.
Impossibile sbagliarsi.
Ma forse lo faceva apposta.
Perché gli piaceva chiamarla così.
Mai osato chiederglielo.
L’aria fresca che mi passa tra i capelli asciuga il mio sudore.
Sono quasi arrivato al punto in cui mi fermo.
Alla fine della strada, appena dopo il cimitero, dove c’è il ponte che ti porta in centro o se ci passi sotto continui sul Naviglio.
In centro si fa per dire perché al pensiero del centro di Abbiategrasso mi viene un po’ da ridere.
Abbiategrasso downtown.
Ma chi l’avrà dato un nome simile a una città?
Sembra un’ode a Mac Donald’s.
Gli abitanti me li immagino tutti ciccioni, che fanno le vasche per la via principale la domenica pomeriggio, mangiandosi giganteschi hamburghers e tutti con la faccia di Poldo Sbaffini, il mio eroe di Braccio di Ferro.
Masticando si fanno cenni di saluto, ma non si parlano, sono troppo intenti a scrofanarsi i loro concentrati di calorie.
Io mi fermo sempre li.
Sul ponte prima.
Sono diciannove chilometri e mezzo.
Il punto in cui si torna indietro.
Fermarsi un po’ prima dei venti lo trovo carino.
Sapere di tornare non potendo dire: “Anche oggi mi sono sparato quaranta chilometri in bici”.
Ho sempre avuto il gusto del quasi.
Del “quasi quaranta chilometri”.
Del “quasi riuscito”.
Del “quasi finito”
Del “quasi baciata”.
Nella rinuncia c’è molta più poesia che nell’ottenimento di quanto si desidera.
Naturalmente solo a volte.
Quando non è così importante mi capita sempre di avere questa pulsione.
Centotrenta.
Non fa più bum bum.
Ricomincio a spingere.
Cercando di diluire nello sforzo tutta l’amarezza di questi ultimi mesi.
Mi sono sempre considerato una persona fortunata.
Mi è sempre girato tutto bene.
Poi all’improvviso è arrivato il cigno nero.
Gli americani lo chiamano così, “the black swan”, l’evento che nessuno si aspetta.
La notte di San Valentino.
You'll never have a second chance to give a first impression
La prima parola non monoletterale del nostro vocabolario è "abbacinante".
Trovo che sia un vero peccato....
Trovo che sia un vero peccato....
Confusing
Mi domando come sia possibile avere certezze in un paese dove tutto attaccato si scrive staccato e staccato si scrive tutto attaccato.
lunedì 3 novembre 2008
Senza niente
Questa strana sensazione è come se io l'avessi sempre intuita.
Avvertivo la possibilità di spingersi oltre, che non poteva essere tutto qui.
E come sempre capita, quando l'allievo è pronto il maestro appare.
Possiamo passare la nostra intera esistenza a fare le stesse cose, a vivere lo stesso giorno mille, diecimila volte, senza accorgerci che la vita ci sta sfuggendo di mano.
Poi un giorno tutto cambia.
E non sempre per colpa di un evento traumatico.
Non sempre è la perdita di un affetto, del lavoro o di qualche altra sicurezza che determina questo cambiamento.
A volte succede per un dettaglio di nessun conto.
Dopo una cena squisita si apre il pacchetto di sigarette, ci si accorge che ne è rimasta solo una e si decide che quella sarà l'ultima.
Così, senza nessun motivo.
Sono proprio quelle le sfide più dure, quelle non supportate da grandi motivazioni.
Si lo so, corro troppo e molto spesso salto di palo in frasca senza nessun nesso logico, ma adoro lasciare che il mio cervello sguazzi.
Torniamo al punto di partenza.
Per tutta la mia vita ho mangiato quello che più mi andava.
Era come se quanto appreso durante i miei studi di medicina non mi riguardasse.
Noi non siamo solo ciò che sappiamo, siamo anche ciò che mangiamo.
Ma mi ci è voluto un evento "trigger".
Sarà sicuramente banale ma l'evento "trigger" è stato il fatto che avevo finito l'olio.
Ero al mare ed ero appena tornato da correre.
Morivo dalla voglia di farmi un'insalata e una busta piena di giovani germogli mi guardava ammiccante dal frigo.
La bottiglia dell'olio però era vuota.
Dopo aver versato l'intero contenuto della busta nell'insalatiera ho cominciato a mangiarla con le mani.
Senza sale.
Senz'olio.
Senza niente.
Ad ogni boccone assaporavo l'intenso gusto della clorofilla, il gusto delle foglie ed i loro differenti aromi, a seconda delle diverse qualità.
Erano tutte buonissime e l'esperienza è stata quasi eccitante.
Seduto al tramonto sul terrazzo a guardare il mare e a mangiare con le mani foglie di insalata.
Chiudo gli occhi e sento di nuovo il profumo del mare...
Può la felicità nutrirsi di così poco?
Io da quel momento ho capito.
Ho capito che se avessi continuato a non prestare attenzione a quello che introducevo nel mio corpo le cose non sarebbero mai migliorate.
And there's no mountain too high, no river too wide....
Avvertivo la possibilità di spingersi oltre, che non poteva essere tutto qui.
E come sempre capita, quando l'allievo è pronto il maestro appare.
Possiamo passare la nostra intera esistenza a fare le stesse cose, a vivere lo stesso giorno mille, diecimila volte, senza accorgerci che la vita ci sta sfuggendo di mano.
Poi un giorno tutto cambia.
E non sempre per colpa di un evento traumatico.
Non sempre è la perdita di un affetto, del lavoro o di qualche altra sicurezza che determina questo cambiamento.
A volte succede per un dettaglio di nessun conto.
Dopo una cena squisita si apre il pacchetto di sigarette, ci si accorge che ne è rimasta solo una e si decide che quella sarà l'ultima.
Così, senza nessun motivo.
Sono proprio quelle le sfide più dure, quelle non supportate da grandi motivazioni.
Si lo so, corro troppo e molto spesso salto di palo in frasca senza nessun nesso logico, ma adoro lasciare che il mio cervello sguazzi.
Torniamo al punto di partenza.
Per tutta la mia vita ho mangiato quello che più mi andava.
Era come se quanto appreso durante i miei studi di medicina non mi riguardasse.
Noi non siamo solo ciò che sappiamo, siamo anche ciò che mangiamo.
Ma mi ci è voluto un evento "trigger".
Sarà sicuramente banale ma l'evento "trigger" è stato il fatto che avevo finito l'olio.
Ero al mare ed ero appena tornato da correre.
Morivo dalla voglia di farmi un'insalata e una busta piena di giovani germogli mi guardava ammiccante dal frigo.
La bottiglia dell'olio però era vuota.
Dopo aver versato l'intero contenuto della busta nell'insalatiera ho cominciato a mangiarla con le mani.
Senza sale.
Senz'olio.
Senza niente.
Ad ogni boccone assaporavo l'intenso gusto della clorofilla, il gusto delle foglie ed i loro differenti aromi, a seconda delle diverse qualità.
Erano tutte buonissime e l'esperienza è stata quasi eccitante.
Seduto al tramonto sul terrazzo a guardare il mare e a mangiare con le mani foglie di insalata.
Chiudo gli occhi e sento di nuovo il profumo del mare...
Può la felicità nutrirsi di così poco?
Io da quel momento ho capito.
Ho capito che se avessi continuato a non prestare attenzione a quello che introducevo nel mio corpo le cose non sarebbero mai migliorate.
And there's no mountain too high, no river too wide....
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